Natalia Ginzburg e il mestiere di scrittore, “il più bello che ci sia al mondo”
Автор: Herzog Agenzia Letteraria
Загружено: 2026-01-20
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«Il mio mestiere è scrivere delle storie: cose inventate o cose che ricordo della mia vita, ma comunque storie – dove non c’entra la cultura, ma soltanto la memoria e la fantasia».
Con queste parole Natalia Ginzburg (Palermo, 14 luglio 1916 - Roma, 8 ottobre 1991), nata in una famiglia colta, antifascista ed ebrea, riassume la sua poetica: una scrittura che nasce dall’incontro tra realtà e immaginazione, tra memoria e invenzione, e in cui la vita si trasforma in letteratura. Protagonista della cultura italiana contemporanea, ha attraversato le stagioni che hanno segnato anche drammaticamente il corso storico, politico, sociale e culturale del Novecento. “È inutile credere che possiamo guarire di vent’anni come quelli che abbiamo passato”, leggiamo in una delle pagine più intense de Il figlio dell’uomo, e poco più avanti:“Chi di noi è stato un perseguitato non ritroverà mai più la pace (…). Noi non possiamo mentire nei libri e non possiamo mentire in nessuna delle cose che facciamo (…). Noi siamo vicini alle cose nella loro sostanza”.
Il nome di Natalia Ginzburg è strettamente legato non solo al mondo letterario (nel 1963 le fu assegnato il Premio Strega per Lessico famigliare). La sua attività editoriale – come editor, lettrice e traduttrice (in particolare dell’opera di M. Proust) presso la casa editrice Einaudi –, e poi il costante impegno civile e politico, sedendo in Parlamento come indipendente di Sinistra, raccontano la storia di una donna che ha lasciato una profonda traccia della sua personalità intellettuale. Racconti ("È stato così", 1947; "Valentino", 1957; "Famiglia", 1977), romanzi ("La strada che va in città", 1942; "Tutti i nostri ieri", 1952; "Le voci della sera", 1961; "Caro Michele", 1973; "La città e la casa", 1984), saggi ("Mai devi domandarmi",1970; "Vita immaginaria", 1974; "Non possiamo saperlo. Saggi 1973-1990", 2001), memorie ("Le piccole virtù", 1962), biografie ("La famiglia Manzoni", 1983) e opere teatrali (la prima delle quali "Ti ho sposato per allegria",1966) rappresentano le tante espressioni di una totale dedizione alla scrittura in cui, ben lontana da patetiche forme di pietismo autobiografico o di opachi aloni di sentimentalismo compiaciuto, prende vita un’umanità autentica e vera.
Natalia Ginzburg ha dettato nella nostra letteratura un nuovo modo di essere scrittore: “I romanzi veri hanno il potere di portarci di colpo nel cuore del vero”, scrive nel 1969. Una verità che, nel minimo ma assordante rumore della quotidianità, riesce a raccontarci storie di drammi, amori e illusioni che si consumano dentro, o appena fuori, il guscio familiare e in cui si animano personaggi “comici e un po’ miserevoli”, sui la scrittrice non vuole esprimere giudizi o considerazioni di tipo moralistico. La libertà dell’arte del narrare tipicamente ginzburghiana, fortemente caratterizzata dall’utilizzo della prima persona, non vuole insegnare, ma semplicemente raccontare. Attraverso così le tante storie inventate o riattivate dalla memoria – questa privata di qualsiasi piega nostalgica tipicamente proustiana –, Natalia Ginzburg esce dall’autoreferenzialità trasformando quell’ “io” in “noi”, che veniamo chiamati così indirettamente, ma inevitabilmente, a fare i conti con la nostra esistenza. Ciascuno a proprio modo, con il proprio lessico familiare, le piccole ferite e le virtù quotidiane. E se per una donna timida sempre “è stato difficile parlare di sé”, è invece con la scrittura che Natalia Ginzburg impone la sua voce – delicata, chiara, semplice – ma forte e potente come un tuono che è arrivato fino a noi.
Chiara Ruffinengo, nata a Bra (Cuneo) e residente a Parigi, insegna dal 2012 lingua, traduzione e civiltà italiana all’Università di Lille. In precedenza, dal 2000 al 2008, ha fatto parte del Dipartimento di Italianistica dell’Università Paris 3 – Sorbonne Nouvelle, dove nel 2008 ha conseguito il Dottorato in Italianistica con una tesi dedicata a Natalia Ginzburg. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulle relazioni tra antropologia, letteratura e pratiche della scrittura. Ha pubblicato articoli accademici su Natalia Ginzburg, Daniele Del Giudice, Anna Maria Ortese e Giovanni Arpino, oltre che su temi legati alla traduzione, ambito in cui è attiva da molti anni. Tra le sue traduzioni si ricordano L’arco delle Kerguelen. Le isole della Desolazione di Jean-Paul Kauffmann (Feltrinelli), La poesia della materia di Gaston Bachelard e il romanzo di Line Amselem Piccole storie di rue Saint-Nicolas. Ha inoltre collaborato alla realizzazione e alla revisione delle traduzioni di due dizionari francese-italiano per le edizioni Larousse.Per Feltrinelli ha pubblicato il romanzo Altrove – Lettere di una donna dal mondo. Dal 2016 conduce a Parigi un laboratorio di scrittura in lingua italiana.
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