Ecce Homo di Antonello da Messina
Автор: Antonio Calisi
Загружено: 2026-02-13
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«Ἰδοὺ ὁ ἄνθρωπος» — Ecce Homo (Gv 19,5).
Così parlò Pilato, e senza saperlo proclamò al mondo il mistero nascosto nei secoli: ecco l’Uomo nuovo, l’Adamo secondo lo Spirito, che prende su di sé la ferita dell’Adamo antico. Colui che è «irradiazione della gloria del Padre» (Eb 1,3) appare sfigurato, «disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,3).
Nel volto coronato di spine si manifesta l’abisso dell’amore divino. Colui che «non conobbe peccato» (2Cor 5,21) si lascia consegnare alla flagellazione, accetta lo scherno, sopporta il sangue che stilla dalla fronte, affinché l’uomo caduto fosse rialzato. Le spine, nate dalla maledizione della terra (Gen 3,18), ora cingono il capo del Creatore: la creazione ferita viene assunta e redenta nella carne del Verbo.
In questa icona occidentale, dipinta dalla mano sapiente di Antonello, non contempliamo una scena rumorosa, ma il silenzio del Logos umiliato. Cristo non è circondato dalla folla; è solo, davanti a noi, come l’Agnello «condotto al macello» (Is 53,7). Il fondo oscuro non è tenebra di disperazione, ma profondità del mistero. Da quella notte emerge il Volto, luce mite che non si spegne.
Il Signore è raffigurato a mezzo busto, quasi affacciato alla soglia del nostro spazio. Egli non resta chiuso nell’evento storico: si offre allo sguardo di ogni tempo. È il Re della gloria velato nell’umiliazione. I lineamenti scavati non gridano vendetta; parlano di obbedienza. «Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e a una morte di croce» (Fil 2,8).
Il suo sguardo non accusa, ma interpella. È lo sguardo del Pastore che cerca la pecora smarrita; è lo sguardo dello Sposo trafitto che ama la sua sposa infedele. Nella teologia dei santi Padri d’Oriente, la kenosi del Figlio non è perdita di gloria, ma sua rivelazione paradossale: la potenza si manifesta nella debolezza (2Cor 12,9). Qui la gloria è nascosta nella ferita, la regalità nella derisione, la vittoria nell’apparente sconfitta.
La lacrima che solca il suo volto, non è segno di impotenza, ma epifania della sua vera umanità. Colui che pianse su Gerusalemme (Lc 19,41) e davanti alla tomba dell’amico (Gv 11,35) ora piange sul peccato del mondo. Questa lacrima è come una perla di luce: riflette la carne assunta e la illumina dall’interno. È compendio di misericordia.
Il sangue del Cristo redime, la lacrima rivela. Essa avvicina Dio al cuore dell’uomo, perché mostra che il Verbo non ha assunto un’apparenza, ma la nostra stessa condizione fragile. «Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche lui ne è divenuto partecipe» (Eb 2,14). La lacrima testimonia questa comunione fino in fondo.
Non vi è teatralità, non vi è clamore. Tutto si raccoglie nel volto. Il dolore non è gridato, ma custodito. È il dolore dell’Amore che salva senza costringere. L’immagine non narra la Passione: la concentra come un punto ardente. Chi guarda non resta spettatore; è chiamato a entrare nel mistero.
L’Ecce Homo diventa così specchio dell’uomo decaduto e, insieme, promessa di trasfigurazione. Il volto sofferente del Cristo è il luogo in cui la nostra miseria è assunta e trasformata. Contemplandolo, l’anima comprende che «dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5).
In questa icona dipinta, il Verbo tace, ma il silenzio parla. La sofferenza non è fine a se stessa: è passaggio. Dietro la corona di spine si intravede la luce della Risurrezione. Colui che è mostrato alla folla come re di scherno è in verità il Re eterno, che attraverso la Croce conduce l’uomo alla vita.
Ecco l’Uomo. Ecco il Dio che si è fatto uomo perché l’uomo diventasse partecipe della vita divina. Ecco l’Amore crocifisso che, nel silenzio di una lacrima, salva il mondo.
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