Agostino Bonalumi - Pralina N° 67. Capire l'arte contemporanea con Sergio Mandelli.
Автор: Mandelli Arte
Загружено: 2018-10-16
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Capire l'arte contemporanea.
Agostino Bonalumi. Sessantasettesima puntata della videorubrica "Praline. Prelibatezze dal mondo dell'arte" a cura di Sergio Mandelli.
Le "Praline. Prelibatezze dal mondo dell'arte" sono filmati monografici che presentano gli elementi utili per capire i vari linguaggi dell’arte contemporanea; sono perciò particolarmente indicati per gli appassionati, i galleristi, i collezionisti e gli studenti dell’accademia d’arte e del liceo artistico.
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0:16 Inizio Pralina Agostino Bonalumi.
Agostino Bonalumi è nato a Vimercate nel 1935 e morto nel 2013.
Studente di materie tecniche, ma appassionato di pittura, verso la metà degli anni cinquanta conosce Enrico Baj, di cui frequenta lo studio.
Le prime prove, in linea alla moda del tempo, sono di tipo informale, una tecnica che però lo lascia insoddisfatto; per lui, in questo atteggiamento creativo vi è qualcosa di superficiale.
Grazie allo stesso Baj incontra Piero Manzoni, a cui si aggiunge immediatamente Enrico Castellani.
Con loro si presenta per la prima volta alla galleria Pater nel 1958, ma soprattutto condivide un atteggiamento che trovava le sue premesse nel lavoro di Lucio Fontana, ossia l’esigenza di azzerare tutto e di andare oltre la tela.
Secondo loro la tela doveva smettere di essere solo il supporto per rappresentare qualcosa, ma andava considerata e indagata nella sua oggettualità;
in pratica, il soggetto principale del quadro non doveva più essere la psicologia del pittore, ma il quadro stesso, nei suoi elementi costitutivi: la tela, il telaio, il colore, l’ombra, ecc.
Quindi, innanzitutto, si impone la scelta rigorosa del monocromo.
Alla vigilia della fondazione della rivista Azimuth, però, Bonalumi litiga con gli altri due, che lo accusano di essere rimasto troppo “pittore”.
Ma la sua riflessione è questa: se Fontana fa un taglio sulla tela per dire che non si può andare oltre, mi sta bene; ma se poi fa altri tagli, diversi per numero e per direzione, su tele di altri colori, allora il taglio diventa esso stesso in qualche modo pittura.
Per cui, mentre Manzoni e Castellani usano solo il bianco, ossia la somma di tutti i colori della luce (e chiamato anche il non-colore), per lui è importante lavorare sulle potenzialità dei diversi colori, il bianco, ovviamente, ma anche il nero e i colori primari.
All’inizio degli anni sessanta, con le prime opere, inventa le estroflessioni; questo è sufficiente a Gillo Dorfles, per coniare il termine “pittura-oggetto”, in cui Bonalumi si ritrova perfettamente.
Con l’aiuto della moglie, costruisce strutture in legno e panno, con una tecnica che ricorda quella del tappezziere di divani: i risultati diventano sempre più convincenti;
Bonalumi procede con cautela, accarezzando la tela - che per lui è una sorta di pelle, di epidermide modellabile - per verificarne costantemente la tensione.
Inoltre è importante ribadire che non si tratta di una forma dipinta, ma di una forma che scaturisce dalla combinazione della luce e del colore. Cambiando l’intensità della luce e la sua direzione, in effetti, le modulazioni assumono valenze diverse.
Poi si avventura anche nell’utilizzo di altri materiali, come il “cirè”, un tessuto plastificato e rilucente, la vetroresina, il cemento armato, il bronzo…
Con l’utilizzo di nuovi materiali, si creano anche nuove opportunità espressive; a Foligno espone il suo “Blu abitabile”, un ambiente costituito da strutture verticali con elementi aggettanti e con un pavimento morbido da calpestare a piedi nudi.
Alla Biennale di Venezia presenta invece una costruzione snodabile, realizzata con moduli plastici. Consciamente o meno, sembra da un lato un omaggio alla Colonna continua di Brancusi, e, dall’altro, una ripresa della Ricostruzione di un dinosauro di Pino Pascali (1966).
Fa capolino insomma, l’idea che in qualche modo l’opera, sotto l’epidermide, nasconda un vero e proprio organismo autonomo.
A questo fanno pensare le opere sviluppate negli anni ottanta, costituite da una serie di lamelle sporgenti come a ricordare l’esoscheletro di qualche creatura inquietante che emerge dalla superficie piatta della tela.
Cambia perciò anche la tecnica, che è quella della centinatura, utilizzata per la costruzione delle barche.
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