Manfredonia. L’incredibile storia di Giosuè Soprano, l’unico bimbo nato tra le mura del Castello
Автор: Statoquotidiano
Загружено: 2025-08-24
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MANFREDONIA – Maestoso, silenzioso, custode di secoli di storia: il Castello di Manfredonia domina ancora oggi la città con la sua imponenza. Ma per qualcuno, quelle mura non sono solo pietre antiche. Sono casa, infanzia, scuola di vita.
Quel qualcuno è Giosuè Soprano, per tutti “il Principino”, l’unico bambino maschio nato tra le mura del castello, nel lontano 1946, in una torre che ancora oggi sembra custodire la sua eco.
Il signor Soprano, oggi non più residente a Manfredonia, è tornato nella sua città per raccontare un pezzo di vita unico.
Tra il 1946 e il 1955, il castello fu il suo mondo: un labirinto di corridoi, torri e segreti che accoglieva tredici famiglie sfollate, alloggiate lì subito dopo la guerra. Essendo l’unico maschio tra tanti bambini, Giosuè divenne il “Principino” per tutti.
La quotidianità era fatta di condivisione, sacrificio e solidarietà.
«Eravamo poveri, sì – racconta – ma felici. Si viveva con pane e acqua, ma con rispetto e valori che oggi sembrano scomparsi».
Uno dei ricordi più vividi? La sfida dell’acqua. Sua madre, con un secchio e una corda, attingeva ogni giorno dalla fessura di una torre, pescando da una fontana che, incredibilmente, funziona ancora oggi.
Per i bambini, il castello era un parco giochi senza eguali. Il fossato, oggi ordinato e ripulito, allora era un dedalo di cunicoli perfetto per il nascondino.
C’erano stanze segrete, la misteriosa “camera delle torture”, passaggi sotterranei che arrivavano fino a via San Lorenzo e perfino armamenti antichi, poi finiti al museo. Le serate d’estate erano magia pura: tutti radunati in cima alla torre per vedere i film proiettati all’aperto all’“Impero”. Tra i titoli indimenticabili: Cime Tempestose e La Principessa Sissi. E poi c’era il tocco di leggenda. Sua madre, Angela, amava travestirsi da fantasma per spaventare i vicini e il povero sarto Ciurcill, che aveva la bottega sotto al castello. «Ci faceva morire dal ridere», ricorda sorridendo.
Il padre di Giosuè, Luigi Soprano, marinaio napoletano del quartiere Sanità, si innamorò di Angela, piemontese, e si stabilì a Manfredonia. «Papà non alzava mai la voce – racconta – bastava uno sguardo per farci capire. Ci ha insegnato il rispetto, il lavoro e la dignità». Dopo il crollo di un’arcata nel 1955, le famiglie furono costrette a lasciare il castello. I Soprano si trasferirono in via Sacco e Vanzetti (oggi via Alessandra Mazzoni) e, qualche anno dopo, Giosuè partì per Torino, a soli 13 anni, alla ricerca di un futuro diverso: «Non volevo fare il muratore, né il pescatore. Ho preso il treno e sono andato a lavorare».
Dopo tanti anni, il ritorno al castello è stato un tuffo al cuore. «Entrare lì dentro mi ha fatto tremare – confessa –. Ho ripensato a quando non avevamo nulla, ma eravamo ricchi di valori».
Oggi, il “Principino” guarda quelle mura con nostalgia: «Mi sento un principe declassato. Il castello non è più mio, come quei nobili che hanno solo il titolo ma non più il regno».
Dalla sua esperienza, Giosuè lancia un invito alle nuove generazioni: «Vorrei che i ragazzi di oggi vivessero, anche solo per un giorno, quello che abbiamo vissuto noi. Oggi si pretende tutto. Se si provasse un po’ di fatica, si imparerebbe ad apprezzare davvero la vita e a rispettare ciò che ci circonda».
Oggi, circondato dall’affetto della moglie Maria Grazia Colaianni, con cui è sposato da 50 anni, e dei figli Roberta, Giorgia e Andrea, continua a raccontare con orgoglio la storia di un bambino che crebbe tra mura antiche, imparando che la ricchezza più grande non è nelle cose, ma nelle persone.
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