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Roberto Savi, il killer della Uno Bianca: «I servizi segreti ci hanno chiesto di uccidere»

Автор: Il Messaggero

Загружено: 2026-05-06

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Описание: Dopo 32 anni, Roberto Savi ha rotto il silenzio. Il killer, ex poliziotto, condannato all'ergastolo, 72 anni tra pochi giorni, gli ultimi 32 in carcere senza mai un beneficio, era uno dei capi della banda della Uno bianca di cui faceva parte anche il terzo fratello, Alberto. Davanti alle telecamere di Belve Crime su Rai Due, ha risposto alle domande della conduttrice Francesca Fagnani. La banda, tra il 1987 e il 1994, fece 23 morti e oltre 100 feriti, tra Bologna, la Romagna e le MarcheTra mezze frasi, allusioni e lunghi silenzi, sì. Un'intervista che ha scatenato non poche polemiche, tanto che la Procura di Bologna ha deciso di sentire Savi dopo ciò che ha rivelato.

L'omicidio di Pietro Capolungo
In questo senso, nella chiacchierata di mezz’ora appaiono centrali le dichiarazioni sulla strage all’armeria di via Volturno, dove furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il carabiniere in congedo Pietro Capolungo. “Ma va là, certo che non fu una rapina. Non avevamo che armi in casa!”, ha spiegato Savi, ammettendo quello che i famigliari delle vittime sospettano da sempre: “Capolungo era l’obiettivo”. Ma perché? “Lui era ex dei servizi segreti dei carabinieri. C’era un insieme di cose intrallazzate. Il giro di armi, di persone che passano, entravano in quell’armeria lì”.

I servizi segreti ci chiedevano di uccidere
Ma non sarebbe stata un’idea della banda ucciderlo: “Non disturbava noi. Ve lo sto dicendo cos’è successo”. E alla domanda di Fagnani: ‘Vi hanno chiesto di eliminarlo?’ la risposta è “sì. Volevano una scusa per eliminarlo. Noi troviamo una scusa, la pistola”. E a chiederlo sarebbero stati quei servizi per cui la banda ogni tanto faceva dei ‘lavoretti’. “L’Arma, la polizia, la Finanza ... sono la stessa cosa. Ci sono uffici particolari che hanno un apparato e noi eravamo di quelli che ogni tanto... qualche volta venivamo chiamati per fare qualcosa”.

Savi, in proposito, racconta: “Venivo spesso a Roma, tutte le settimane stavo due o tre giorni. L’appuntamento era all’Altare della Patria, poi da lì andavamo in piazza Venezia”, dice. Gente con cui “non avevamo rapporti. Venivano saltuariamente e ci dicevano: ‘Questo è così, questo è così’”. Ma quando Fagnani cerca di capire di più sui “vari gruppi” a cui accenna Savi, l’intervistato si blocca. Un lungo silenzio. E poi: “Lasciamo stare dai”.

I familiari delle vittime: “Intollerabile, parli con i magistrati”
Parole che hanno scosso profondamente i famigliari delle vittime, primo tra tutti Alberto Capolungo, figlio di Pietro: “Un’operazione indegna”, dice, riferendosi all’intervista. “Sto pensando di querelarlo. Per noi famigliari è intollerabile. Se ha qualcosa da dire lo dica ai magistrati. Mio padre non ha mai fatto parte dei servizi segreti: parliamo di niente”.

Cosa ha detto la Fagnani
“Giusta la reazione dei famigliari – la replica della conduttrice –. Quello che abbiamo provato a fare è dare un contributo nella direzione della verità, che speriamo possa essere utile ed eventualmente raccolto nelle sedi competenti”.

Nel mirino della Procura i complici della Banda rimasti ignoti
La Procura di Bologna, guidata dal procuratore Paolo Guido, dopo l'intervista sentirà Roberto Savi. Sono molti i filoni sui quali sta indagando. C'è il tema delle coperture di cui poteva usufruire la Banda della Uno Bianca. Dell'eventuale utilizzazione dei membri del gruppo per compiere azioni con finalità più o meno nascoste. E poi c'è il tema, altrettanto importante, di individuare le altre persone, che hanno partecipato ai fatti di sangue della Banda, come indicato già nell'esposto presentato dai familiari delle vittime e come risulta anche da alcuni spunti investigativi e dagli accertamenti svolti dai magistrati bolognesi, che su questo aspetto hanno trovato già alcune conferme. Come segnalato nell'esposto dei familiari e come risulta da alcune testimonianze in alcune azioni della Banda sarebbero state presenti più persone (il terzo uomo negli omicidi di Castel Maggiore e nella rapina di via Volturno, oppure il quarto nella strage del Pilastro) di quelle poi giudicate colpevoli: ignoti rimasti a piede libero, un dato oggettivo per la Procura. Un lavoro lungo e complesso quello dei magistrati bolognesi, che da tre anni sta analizzando nuovamente tutto il materiale dell'epoca potendo però usufruire di nuove tecnologie, compresa l'intelligenza artificiale, per trovare elementi che 35 anni fa potevano rimanere nascosti.

#RobertoSavi #Belve #UnoBianca

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