Trenta monete d’argento - don Paolo Quattrone
Автор: MessalinoApp
Загружено: 2025-03-29
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Commento di don Paolo Quattrone - sacerdote della diocesi di Aosta, parroco di Hône e Bard.
Domenica 30 marzo
Non si può non soffermarsi sulla splendida pagina di Luca nella quale Gesù racconta la parabola del padre misericordioso, pagina che abbiamo incontrato già qualche giorno fa, un capolavoro che ci svela la vera identità di Dio ma allo stesso tempo la nostra. Il genitore rappresenta Dio che ci ama sempre anche quando ci allontaniamo e che ci considera sempre suoi figli perciò la prima riflessione da compiere è chiederci quale idea abbiamo di Dio, se lo consideriamo un padre del quale fidarci e al quale affidarci o un padrone dal quale fuggire o di cui aver paura. Gesù con questa parabola e insegnandoci la preghiera del Padre nostro dissipa ogni dubbio. Avendo chiaro quale sia il vero volto di Dio ecco che comprendiamo anche chi siamo noi e ce lo rivelano le parole con le quali si apre la parabola: “Un uomo aveva due figli”. Noi siamo figli del Padre e lo siamo sempre qualsiasi cosa accada, esattamente come ci viene raccontato quando il figlio minore torna a casa sperando di essere accolto almeno come servo o salariato e dice: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” e invece il genitore fa portare i vestiti belli, i calzari e l’anello per ricordargli che lui è ancora suo figlio, che ha conservato tutta la sua dignità. La parabola potrebbe cominciare così: un uomo aveva due figli che non sapevano di essere tali: il minore infatti crede che il genitore sia un padrone dal quale tenersi alla larga per potersi sentire davvero libero, un ostacolo alla sua realizzazione ed emancipazione, siamo noi tutte le volte che pensiamo che credere in Dio ci tolga libertà e dignità, che la fede vada a ledere la nostra intelligenza, autonomia ed intraprendenza e ci convinciamo che non ne abbiamo più bisogno perché la vita ce la costruiamo e gestiamo da noi stessi. Un uomo aveva due figli che non sapevano di essere tali: il maggiore infatti rimane sì a casa, non se ne va come il fratello ma vi resta da schiavo, con l’animo triste e sottomesso; rimane pensando che così il padre lo avrebbe amato di più, per dimostrare che lui è un bravo ragazzo migliore del fratello; siamo noi quando pratichiamo la fede, preghiamo e andiamo a Messa per illuderci di essere migliori degli altri e non solo, convinti così di guadagnarci la stima e il favore divini senza comprendere che la preghiera non esiste per conquistare punteggi presso Dio, per tenercelo buono o per evitare che ci mandi qualche castigo o disgrazia. L’oggetto della Passione che utilizzo per questa quarta domenica di quaresima sono i trenta denari che Giuda ricevette dai sommi sacerdoti e dagli anziani affinchè consegnasse il Maestro per farlo arrestare e condannare; monete d’argento che l’apostolo, dopo aver tradito ed essersi reso conto del grave errore commesso, riconsegna per poi andarsi ad impiccare in quanto tormentato dal rimorso e collego tutto questo all’opera intitolata, Trenta monete d’argento (1912) del pittore ed illustratore inglese John Charles Dollman (1851-1934), che vi allego insieme al testo e all’audio. Nel quadro si percepisce tutto il dramma del traditore in preda alla disperazione, divorato dal senso di colpa fissa il sacchetto e le monete riversate a terra senza intravedere via d’uscita dal suo peccato. Giuda non sa riconoscere Gesù per ciò che è: lo tradisce perché se lo immaginava come un rivoluzionario che avrebbe combattuto il potere di Roma e invece resta profondamente deluso quando lo sentirà parlare di amore e di perdono; non capisce chi è quel Maestro anche dopo il tradimento perché se fosse ritornato da Lui avrebbe scoperto che lo amava ancora e invece si uccide in preda alla disperazione e al senso di fallimento. Se Giuda fosse tornato a casa, come il figlio minore, se fosse tornato da Gesù avrebbe scoperto il suo amore e il suo perdono sconfinati. Quante volte anche noi non capiamo davvero chi sia Dio esattamente come Giuda e i due figli della parabola e questo si traduce nel fuggire da Lui e nell’abbandonarlo oppure nel restare sottomessi vivendo la fede come costrizione e non come gioia di coltivare un’amicizia, una relazione con Qualcuno che ci ama. Ed ecco allora che il Padre celeste ogni giorno esce verso di noi, esattamente come il padre della parabola che corre incontro al figlio minore che ritorna e che esce per convincere il figlio maggiore ad unirsi alla festa. Dio ogni santo giorno esce per venirci incontro e ricordarci qualcosa di fondamentale: siamo e saremo sempre suoi figli amati, dobbiamo solo crederci.
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