MULTINAZIONALI E PARADISI FISCALI EVASI 1017 MILIARDI EURO!
Автор: ALEYOUTUBE
Загружено: 2025-12-04
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MULTINAZIONALI E PARADISI FISCALI EVASI 1017 MILIARDI EURO! #gabanelli #multinazionali #news #perte
Multinazionali, i profitti nascosti: ecco quanti soldi perdiamo
I paradisi fiscali non stanno solo in sperdute isole dei Caraibi. La maggior parte del denaro sottratto al fisco finisce in Paesi occidentali che garantiscono regimi tributari vantaggiosi e un’elevata dose di segretezza, e dove ogni anno le multinazionali trasferiscono in media 1.100 miliardi di dollari, il 16% dei loro profitti (Qui pag. 19 e 21). Parliamo di centinaia di miliardi che ogni anno vengono rubati agli Stati. Di fatto sono dunque loro, i grandi colossi, a mettere le mani in tasca ai cittadini, sottraendo risorse destinate ai servizi pubblici essenziali come scuola, sanità e infrastrutture. Vediamo come funzionano i meccanismi ai confini della legalità negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nell’Unione europea.
In 6 anni trasferiti 6.550 miliardi di dollari
Si chiama pianificazione fiscale aggressiva ed è una forma di elusione che sfrutta le differenze e le lacune tra i vari ordinamenti a vantaggio delle grandi aziende. Secondo l’ultimo rapporto del Tax Justice Network, organizzazione non governativa che da anni monitora l’effetto dei paradisi fiscali sull’economia mondiale, tra il 2016 e il 2021 le grandi aziende hanno trasferito oltre 6.550 miliardi di dollari in Paesi a bassa tassazione, facendo sparire circa 1.717 miliardi di entrate fiscali. In testa della classifica ci sono le corporation statunitensi, che hanno sottratto al fisco 495 miliardi di risorse pubbliche.
Ma come funziona in pratica questo meccanismo che si chiama Transfer pricing, e consente di non pagare tutte le tasse dove gli utili sono stati effettivamente prodotti? La multinazionale americana che opera in diversi Stati europei gonfia i costi delle sue controllate ubicate in Paesi ad alta tassazione (come Italia o Francia) attraverso la vendita dei diritti di brevetto o altri beni immateriali. In questo modo riduce gli utili locali e trasferisce i profitti alla filiale del gruppo situata in Lussemburgo, dove le imposte sono enormemente più basse. Grazie a queste strategie, le aziende statunitensi hanno registrato il 24% dei loro profitti globali in Paesi dove le imposte sono minime. Le destinazioni più gettonate sono l’Irlanda, Gibilterra e gli stessi Stati Uniti.
Proprio gli Usa sono diventati uno dei principali paradisi fiscali al mondo. Da anni ormai 6 Stati (Delaware, Wyoming, New Mexico, Nevada, Alaska e South Dakota) offrono tassazione agevolata o anonimato societario.
Il salto di qualità è arrivato nel 2017, durante la prima presidenza Trump, con l’entrata in vigore del Tax Cuts and Jobs Act, norma federale che ha ridotto l’aliquota sui redditi delle aziende dal 35% al 21% e introdotto un ulteriore sconto sul rientro dei profitti generati all’estero. Le prime ad approfittarne sono state le Big Tech, che hanno riportato in patria buona parte dei profitti parcheggiati principalmente in Lussemburgo, Bermuda, Paesi Bassi e Porto Rico. Quindi sommando la riduzione dell’aliquota e lo sconto per il rimpatrio, Meta lo scorso anno ha avuto una tassazione dell’8,4%. Nel 2016 la sua aliquota effettiva sugli utili superava il 33%. Chi non ha ottenuto vantaggi sono i cittadini americani: i salari pagati dalle multinazionali sono rimasti stazionari, l’occupazione non è cresciuta, mentre il fisco ha perso 574 miliardi di dollari, di cui quasi la metà imputabili ad aziende statunitensi.
Con Trump II per le multinazionali Usa va ancora meglio: il presidente ha annunciato il ritiro dall'accordo Ocse sulla Global Minimum Tax approvata da più di 140 Paesi in tutto il mondo nel 2021 e l’uscita degli Stati Uniti dai negoziati per l’istituzione di una Convenzione quadro delle Nazioni Unite sulla cooperazione fiscale internazionale. In più ha minacciato dazi doganali ai Paesi che impongono tasse sul digitale o stabiliscono limiti normativi all’operatività delle aziende tecnologiche statunitensi: «Gli Stati Uniti – taglia corto il Tax Justice Network – sono diventati una chiara minaccia alla sovranità fiscale dei Paesi, inclusa la propria».
Gran Bretagna
Il Regno Unito è responsabile del 23% delle perdite fiscali globali generate dai grandi gruppi (Qui pag.8). Ad esempio, le Isole Vergini Britanniche e le Isole Cayman non applicano alcuna imposta sul reddito delle società e non richiedono la presentazione e la pubblicazione dei bilanci aziendali. E infatti in queste due isole c’è la più alta concentrazione al mondo di società registrate in rapporto alla popolazione. Se la cavano bene anche le isole del Canale (Man, Jersey e Guernsey). Alle Bermuda non si pagano tasse su dividendi e plusvalenze. Questi territori autonomi, tra l’altro, facilitano il trasferimento di flussi finanziari illeciti e sono usati per ripulire utili che provengono da evasione fiscale e riciclaggio di denaro. Al centro di tutta la rete c’è la City di Londra, che fa da snodo finanziario
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