Paolo Losasso - C'era una volta?
Автор: Paolo Losasso
Загружено: 2026-03-03
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C'era una volta?
In Italia siamo abituati a parole che suonano bene. Parole che sembrano aprire scenari, evocare comunità, promettere responsabilità condivise. Una di queste è “chiamata sociale”. Un’espressione che suggerisce un territorio che si mobilita, una rete che sostiene, una società che non lascia indietro nessuno. Ma basta guardare molti luoghi del Paese per capire che questa chiamata, semplicemente, non arriva.
Il nostro welfare, sulla carta, dovrebbe garantire diritti, servizi, continuità terapeutica, inclusione. Dovrebbe. Nella realtà, l’Italia è un arcipelago diseguale: ci sono zone dove i servizi esistono e funzionano, e zone dove non c’è traccia di nulla. Dove la disabilità resta un affare privato. Dove la cura diventa un viaggio, un costo, un peso che non dovrebbe ricadere sulle famiglie.
Avellino e l’Irpinia sono un esempio chiaro di questa distanza tra parole e fatti. Territori ricchi di storia, di comunità, di dignità, ma poveri di servizi strutturati. Qui la mobilità sanitaria verso Napoli è routine, non eccezione. Qui sport, musica, attività educative diventano spesso spese private, non opportunità garantite. Qui la fragilità non trova un sistema, ma solo la buona volontà delle famiglie e di qualche associazione. In un contesto così, parlare di “chiamata sociale” rischia di essere quasi stonante.
Perché non basta evocare la comunità quando mancano i centri, gli operatori, le politiche. Non basta invocare la partecipazione quando il territorio non offre strumenti. Non basta chiedere alla società civile di supplire a ciò che dovrebbe essere un diritto. La chiamata sociale, così com’è usata, diventa un concetto morbido, retorico, un involucro vuoto. Un modo elegante per dire: arrangiatevi.
Ma la fragilità non è un fatto privato. La disabilità non è un compito familiare. La cura non può dipendere dal codice di avviamento postale. La comunità non può essere chiamata solo quando serve a coprire i buchi del sistema.
Una vera chiamata sociale dovrebbe essere l’opposto: non un appello alla carità, ma un impegno strutturale. Non un invito generico alla partecipazione, ma un investimento concreto. Non una parola evocativa, ma una responsabilità politica. Significherebbe costruire servizi, sostenere le famiglie, garantire continuità terapeutica, rendere accessibili sport, cultura, educazione. Significherebbe riconoscere che la fragilità è parte della cittadinanza, non un’eccezione da gestire ai margini.
Finché questo non accade, la chiamata sociale resta un guscio vuoto. Una promessa che non diventa realtà. Una parola che non basta.
E allora forse la vera chiamata, oggi, è un’altra: chiamare le cose con il loro nome. Dire che il welfare non è uguale per tutti. Dire che esistono territori lasciati soli. Dire che la cura non può essere affidata alla buona volontà. Dire che i diritti non sono un favore.
Perché solo quando si nomina il vuoto, si può cominciare a riempirlo. E allora torna in mente quel “C’era una volta” che Irpinia Tv usa nei suoi servizi per evocare ciò che non c’è più. Ma c’era una volta quando? viene da chiedersi. E soprattutto: perché oggi non c’è più?
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