Hayabusa mon amour: press launch 1999
Автор: Aldo Ballerini
Загружено: 2025-12-18
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Febbraio 1999: press launch Suzuki Hayabusa, la prima moto di serie che faceva davvero i 300 km/h.
Te la racconto nel video.
Poi ci sono queste osservazioni. La materia è interessantissima, queste sono solo delle cosa messe insieme giusto per capire.
Youngtimer che vedi nel video è in edicola.
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LA VELOCITÀ E IL CORPO UMANO
Non siamo nati per andare a 250, 280 o 300 all’ora. Eppure lo facciamo. E quando lo facciamo qualcosa cambia.
All’inizio è quasi impercettibile. A 70 all’ora il mondo è intero. A 150 cominci a scegliere cosa guardare. A 250 il campo visivo si stringe, a 300 davanti a te resta solo una cosa: la traiettoria. Tutto il resto sparisce.
Per me il vero salto non è stato tra 200 e 250, ma tra 250 e 300. È lì che sono entrato in un’altra modalità. La chiamano "tunnel vision", ed è una risposta biologica: il cervello non riesce più a registrare tutto ciò che arriva incontro.
Perché a quelle velocità il mondo corre più di quanto riusciamo a pensare, e così il cervello fa una scelta brutale: taglia. Elimina il superfluo. La periferia si sfuma, i dettagli si perdono, resta solo ciò che conta davvero e vedi un piccolo spazio davanti a te. Pensi ad andare dritto. Frenare. Voltare.
Poi cambia anche la profondità. Da fermo 100 metri sono una distanza, a 300 all’ora 100 metri sono tempo. Poco tempo. Troppo poco. Gli oggetti non sembrano più lontani o vicini: arrivano. Tutti insieme.
È il cosiddetto "looming effect": quello che si avvicina troppo in fretta non viene più misurato, ma percepito come minaccia. Non lo analizzi, lo subisci.
Succede perché il cervello valuta le distanze guardando quanto velocemente le cose crescono di dimensioni davanti agli occhi. Ma quando tutto cresce troppo in fretta questo sistema smette di funzionare. Stimare una distanza a 300 all’ora diventa un’ipotesi, non più un calcolo.
Più la velocità sale, più la mente lavora. È come se il cervello fosse una videocamera costretta a registrare troppo in un tempo troppo breve. I neuroni hanno bisogno di millisecondi per integrare un’immagine, ma a 300 all’ora in quell’istante il mondo si è già spostato. Così le informazioni arrivano in ritardo, e quando arrivano sono già vecchie.
Allora a un certo punto il cervello smette di registrare tutto. Scarta. Lascia andare pezzi di realtà. Serve più tempo per capire cosa sta succedendo, e quel tempo non c’è.
È per questo che chi supera per la prima volta i 280 o i 300 spesso dice: “Non capivo bene cosa avevo davanti”.
Ecco cosa mi è successo al test della Hayabusa: ho vissuto una situazione che non sapevo bene come affrontare.
L’esperienza aiuta, ma fino a un certo punto. Perché non riduce il tempo di reazione: quello resta uguale, e si trasforma nella quantità di strada che percorri mentre stai ancora decidendo cosa fare.
Facciamo un conto semplice. Vedi qualcosa, ci vogliono circa due decimi di secondo per reagire: sono già più di venti metri. Decidi di frenare, altri tre o quattro decimi: ne hai fatti cinquanta. Porti la mano sulla leva, l’impianto risponde, ma quando la moto inizia davvero a rallentare hai già percorso tra i sessanta e gli ottanta metri. Da metà a tre quarti di un campo da calcio. Prima ancora che succeda qualcosa.
Poi c’è il corpo. La pressione dell’aria sul casco, che diventa peso, si parla di 10-15 kg. Le vibrazioni, che passano dalle braccia al busto. Il torace si irrigidisce, il respiro che cambia, il cuore accelera. Tutta energia che non va alla testa, ma al tenersi insieme.
L’alta velocità non è solo una questione di numeri. È un dialogo continuo tra ciò che la moto può fare e ciò che il corpo riesce ancora a capire. E oltre una certa soglia, non è più la meccanica a decidere. È la biologia.
Poi ci si abitua, come mostrano i piloti di MotoGP che da 350 km/h riescono a frenare nel punto esatto a ogni curva. Del resto se freni prima ti passano tutti; se freni dopo vai a finire nella ghiaia. Da 350 all’ora vanno a frenare in un pezzettino di un metro, che a quella velocità mi sa che sembra un millimetro.
Dal divano sembra più facile.
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