Cosa Nostra controllava il Comune — ma non sapevano chi fosse il sindaco
Автор: Eredità Siciliana
Загружено: 2026-01-12
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Nel Palazzo Comunale di Corleone, dove le bandiere italiana ed europea sventolano sui gradini di pietra antica e dove da secoli si prendono le decisioni che riguardano la vita quotidiana di migliaia di cittadini siciliani, si è consumata una delle storie più straordinarie di lotta alla criminalità organizzata e innovazione democratica che la storia italiana abbia mai registrato. Quello che sembrava essere un normale tentativo di intimidazione mafiosa contro un sindaco appena eletto si è trasformato nell'operazione investigativa più sofisticata e rivoluzionaria mai concepita nella lotta contro Cosa Nostra.
Carmelo Battaglia e i suoi otto uomini armati avevano pianificato quella che doveva essere una missione di routine: recarsi nell'ufficio del sindaco per ricordare al nuovo amministratore chi comandava davvero a Corleone e quali erano le regole del gioco che doveva rispettare se voleva governare senza problemi. La famiglia criminale aveva sempre controllato l'amministrazione comunale attraverso un sistema di corruzione, intimidazione e connivenze che garantiva l'assegnazione degli appalti pubblici alle ditte collegate e soprattutto l'immunità per le proprie attività criminali.
Ma quello che i nove criminali non potevano immaginare era che il sindaco che stavano per minacciare non era affatto un normale avvocato di provincia diventato amministratore pubblico per ambizione politica o desiderio di potere locale. Dietro la facciata di un candidato eletto con una campagna basata sulla trasparenza e la legalità si nascondeva una delle operazioni investigative più ambiziose e innovative mai concepite nella storia dell'antimafia italiana.
Alessandro Torrisi, quarantasei anni, non aveva scelto di candidarsi a sindaco di Corleone per costruirsi una carriera politica o per realizzare ambizioni personali di potere. La sua candidatura era stata parte di un piano investigativo che aveva richiesto tre anni di preparazione meticolosa e che rappresentava una rivoluzione completa nell'approccio alla lotta contro la criminalità organizzata: invece di limitarsi ad arrestare i boss dopo che avevano commesso i loro crimini, si trattava di infiltrare le istituzioni pubbliche per documentare e prevenire il controllo criminale dall'interno.
La vera identità di Alessandro e la missione che si nascondeva dietro la sua elezione rappresentavano qualcosa di completamente nuovo nella strategia investigativa italiana: l'utilizzo della democrazia stessa come arma contro la criminalità organizzata, dimostrando che quando le istituzioni funzionano con trasparenza e competenza, diventano fortezze inespugnabili contro qualsiasi tentativo di controllo criminale.
Il confronto che seguì non fu semplicemente un episodio di intimidazione fallita, ma l'inizio di una trasformazione che avrebbe cambiato per sempre il rapporto tra Cosa Nostra e lo Stato italiano, dimostrando che la legalità, quando è organizzata con la stessa determinazione e intelligenza della criminalità, può sconfiggere anche le organizzazioni più radicate e potenti.
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