SpigolatureCasinò di Montecarlo, una mano di Baccarat passata alla storia.
Автор: SIAMO TUTTI SHERLOCK HOLMES
Загружено: 2026-01-01
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C’è un episodio, a metà strada tra cronaca mondana e leggenda del potere, che racconta meglio di molti saggi cosa significasse essere un re nel Novecento. Il protagonista è Re Farouk, sovrano d’Egitto, uomo colto, raffinato, immensamente ricco e perdutamente attratto dal gioco d’azzardo.
La scena si svolge in un casinò europeo, uno di quelli frequentati da teste coronate, principi decaduti e finanzieri senza patria. Il tavolo è quello del baccarat, gioco silenzioso e implacabile, dove la fortuna
si misura in pochi secondi. La partita è alta, il clima teso.
L’avversario di Farouk scopre le carte: otto. Un punteggio quasi imbattibile. Tocca al re. La sua carta resta coperta. I presenti attendono. Ma Farouk non la scopre. Si limita a guardare il banco e a dire, con assoluta naturalezza:
«È un nove.»
Qualcuno mormora. Qualcun altro chiede di vedere la carta. È una formalità, dopotutto. Ma Farouk scuote appena la testa. Poi aggiunge, con voce ferma:
«Non serve. Parola di re.»
Silenzio. Nessuno insiste. La carta non viene mostrata. Il punto viene assegnato. Farouk vince.
Non sapremo mai se fosse davvero un nove. Forse sì. Forse no. Ma non è questo il punto. In quell’istante, al tavolo verde, non vinse il gioco né la fortuna: vinse l’autorità. Un’autorità così assoluta da rendere superflua la prova, inutile la verifica, irrilevante il dubbio.
È una spigolatura di potere puro, oggi quasi inconcepibile. Un frammento di un mondo in cui la parola di un sovrano non descriveva la realtà: la creava.
Dalle amene cose di L’opus
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