IPOCRISIA E MARKETING: IL CASO FERRAGNI
Автор: chioggiaazzurra
Загружено: 2026-01-16
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Cari lettori,
oggi una riflessione molto veloce su un fatto di cronaca che tra ieri sera e oggi ha occupato tutte le prime pagine: la cosiddetta “assoluzione” di Chiara Ferragni.
Parto da un presupposto personale: ci sono pochi argomenti che mi interessano meno di Chiara Ferragni. Proprio per questo trovo scandaloso lo spazio enorme che viene dato a questa vicenda e, soprattutto, il taglio con cui viene raccontata. Ovunque si legge e si sente ripetere: “assolta, assolta, assolta”. Lei stessa, uscendo dall’aula, quasi in lacrime, parla della “fine di un incubo”.
Ora, chiariamo una cosa: non è stata assolta perché non ha commesso il fatto. Il procedimento si è chiuso perché le persone coinvolte sono state risarcite e il reato è stato derubricato, passando da ipotesi più gravi a una truffa semplice. In sostanza, non c’era più nessuno a farle causa perché lei aveva già pagato. Questo non significa che il fatto non sia avvenuto.
Che cosa è successo, in concreto? Io consumatore compro un pandoro che normalmente costa 3 euro e lo pago 9 o 10 euro perché mi viene detto che parte del ricavato andrà in beneficenza. In realtà, l’azienda produttrice aveva già versato una cifra fissa in beneficenza prima ancora che il pandoro venisse messo sul mercato, si parla di circa 50.000 euro. Tutto il resto, oltre due milioni di euro, è stato diviso tra l’azienda e Chiara Ferragni, che avrebbe incassato oltre un milione.
Per carità, qualcuno dirà: meglio poco che niente. Vero. Ma io sarò vecchio, sarò della vecchia scuola, però ricordo che in un libro piuttosto importante, il Vangelo, c’è scritto che quando fai beneficenza la mano destra non deve sapere quello che fa la sinistra. Qui invece siamo di fronte a un’operazione di marketing al cento per cento. Non beneficenza, ma pubblicità.
Queste operazioni non mi scandalizzano, ma mi lasciano sempre l’amaro in bocca. Se sei benestante, se hai avuto successo e decidi di aiutare chi è stato meno fortunato, te ne va dato atto. Ma se quell’aiuto diventa uno strumento promozionale, allora il merito si riduce drasticamente.
Spero sinceramente che nei prossimi giorni non si continui a parlare della “povera Ferragni” costretta a subire due anni di gogna. Ricordo solo che quando andò a chiedere scusa sui social, in lacrime, indossava una tuta nuova che quel giorno vendette centinaia di migliaia di pezzi. Ovviamente, anche lì, con un ritorno economico diretto.
È un sistema perverso? Sì. Ma queste lacrime, questa ipocrisia diffusa, a me danno fastidio. Se fai beneficenza, fai beneficenza. Punto.
E chiudo con un confronto. Poco tempo fa si è scoperto quasi per caso che Matteo Berrettini, insieme alla compagna, da anni sostiene economicamente un’associazione che aiuta bambini in difficoltà. Senza annunci, senza post, senza storytelling. È venuto fuori per caso. Certo, Berrettini è uno sportivo e Ferragni è un’influencer, ma l’abisso, a mio avviso, resta enorme.
Grazie a tutti e buona serata.
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