ROMA international film festival
Автор: Generazione Molluschi
Загружено: 2025-10-02
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Video e Musica ANGELO ONORATO /// Piano preparato Angelo Onorato -
Cinema sulle Impalcature Roma --
Roma Film Fest -
Negli anni del Grande Restauro, quando le città italiane si erano ormai trasformate in cantieri eterni, i monumenti più celebri – il Colosseo, la Torre di Pisa, il Duomo di Milano – erano coperti da impalcature metalliche che salivano come ragnatele arrugginite verso il cielo. I turisti si fermavano a guardare, scattavano foto alle impalcature invece che ai monumenti. Nessuno si chiedeva più cosa ci fosse dietro quei teloni bianchi tirati come vele immobili.
Poi accadde una notte, sulle impalcature del Ponte di Rialto, comparve senza preavviso una proiezione. Nessuno l’aveva installata, nessuna troupe, nessuna fonte di corrente. Nessun permesso comunale. Ma il film era lì, nitido sul bianco sporco del telone: "Generazione Molluschi".
Un cortometraggio surreale, muto, tranne che per una musica di pianoforte, ma non una musica qualunque. I tasti sembravano picchiare su vetro, ferraglia, corde d'acciaio. Un piano preparato – oggetti inseriti tra le corde, bulloni, viti, carta stagnola – suonato come da mani invisibili. Ogni tanto un cortocircuito interrompeva l'immagine, creando lampi e ronzii elettronici. Qualcuno giurò di aver visto una forma nel cielo: non un drone, ma qualcosa di organico.
Il protagonista del film era un lumacone gigante, dalla bava scintillante, che strisciava lento attraverso paesaggi cittadini deformati. Si muoveva tra le rovine di una civiltà apparentemente ancora viva, ma del tutto svuotata. Le sue antenne si alzavano come microfoni e da esse partivano canzoni struggenti, dedicate alla città in cui il film veniva proiettato. A Firenze, cantava in un dialetto estinto una ninna nanna per Brunelleschi. A Napoli, un allegro lamento partenopeo sulle rovine della cultura popolare divorata dai format televisivi. A Roma, un recitativo barocco – tra litanie e jingle pubblicitari – invocava la memoria degli antichi.
Il lumacone non parlava: Cantava.
Ma la vera inquietudine veniva dal significato del titolo: "Generazione Molluschi". Era chiaro che non si riferiva solo al protagonista. I molluschi eravamo noi. Senza guscio. Senza struttura. Senza spina dorsale. Una generazione che aveva scambiato l’ironia per il cinismo, la critica per il meme, la cultura per il consumo.
Ogni sera, in una città diversa, il film appariva. Nessuna spiegazione. Nessuna proiezione ufficiale. Appariva e basta. Il giorno dopo, la stampa parlava solo di atti vandalici o arte contemporanea non autorizzata. Ma il pubblico cominciava a radunarsi. Le impalcature diventavano cinema verticali, totem dell’agonia culturale.
Poi, una notte, accadde qualcosa di diverso.
A Palermo, durante la proiezione sul Teatro Massimo, il lumacone – che fino ad allora era rimasto relegato allo schermo – strisciò fuori, non materialmente, ma proiettato sulla città stessa. Le sue canzoni si riflettevano nei vetri, nei cartelloni pubblicitari, nei parabrezza delle auto. I bambini lo inseguivano come fosse un cartone animato, gli adulti lo temevano come una visione apocalittica.
Una teoria iniziò a circolare su forum oscuri: il film era un messaggio alieno, un tentativo di comunicare con l’umanità attraverso il linguaggio che aveva ormai dimenticato – il simbolo, il suono, la lentezza.
Qualcuno iniziò a reagire. Non con proteste. Ma con atti strani: letture pubbliche in silenzio, concerti di strumenti scordati, restauri clandestini di statue abbandonate.
Il lumacone non si fermava.
Ad ogni città, la sua canzone.
Ad ogni monumento, la sua confessione.
Ad ogni mollusco, il suo specchio.
E quando l’ultimo telone sarà tolto, e il restauro finalmente concluso, chi resterà a guardare? Gli uomini… o i molluschi?
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