Quiet: il potere degli introversi in un mondo che non smette di parlare - Libri per la mente
Автор: Psicologia - Luca Mazzucchelli
Загружено: 2022-06-29
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Quiet è un libro che racconta il potere degli introversi in un mondo che non smette di parlare. L'autrice, la psicologa Susan Cain, dedica il libro all'introversione, spiegando cosa davvero significhi essere introversi e quali sono le peculiarità e le differenze tra introversi ed estroversi.
Ecco i 3 punti che più mi sono rimasti impressi di questa lettura:
1:02 1) Siamo passati dalla cultura del carattere a quella della personalità.
Siamo passati da un mondo dove ciò che contava non era l'impressione che si dava in pubblico, quanto piuttosto i comportamenti che si tenevano nel privato, “alla cultura della personalità”. In questo scenario di modelli magnetici e carismatici, non c'è più posto per l'introversione.
3:02 2) L’introverso non è un eremita.
Introverso non vuol dire asociale né eremita. La persona introversa è colui che, bombardato da un eccesso di stimoli, ricerca ambienti in cui sono presenti in quantità ridotta. Gli introversi non rifiutano la socializzazione, ma ricaricano le loro batterie stando da soli; gli estroversi hanno bisogno di ricaricarsi se non socializzano abbastanza.
5:23 3) La forza del lavoro in solitudine.
Dall’inizio degli anni ‘90 molte aziende esaltano il lavoro di squadra tanto che ad oggi l'ambiente lavorativo più comune è l'open space. Questo a volte ostacola la concentrazione, per cui esercitarsi in solitudine può aumentare la produttività e garantire prestazioni migliori.
E tu, ti definiresti una persona introversa o estroversa?
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"Cari amici, oggi vi parlo di “Quiet”, il libro scritto della bravissima psicologa Susan Cain che, in circa 360 pagine, ci racconta quello che è il vero superpotere delle persone introverse. In questo testo l’autrice esplora le peculiarità e le differenze tra le persone introverse e quelle estroverse dimostrando quanto sia importante dare spazio alle persone introverse affinché possano continuare a coltivare le loro peculiarità.
Veniamo quindi, come di consueto, ai 3 punti che più mi sono rimasti impressi di questa lettura.
Il mio è il passaggio dalla cultura del carattere a quella della personalità
Quand'è che l'estroversione si è affermata come ideale culturale?
Tempo fa , infatti, la psicologia invitava alla sobrietà e alla temperanza; l'ideale di sé era improntato alla serietà, alla disciplina, all’onore, all’onestà e alle buone maniere. D’un tratto però, le guide self-help di primo Novecento iniziano a proporre slogan per esaltare nuove virtù basate sull'immagine che trasmettiamo agli altri: come apparire simpatici, magnetici, attraenti, decisi, come capire “cosa dire e come dirlo”. Siamo rapidamente passati dalla cultura del carattere, dove ciò che contava non era tanto l'impressione che si dava in pubblico, quanto piuttosto i comportamenti che si tenevano nel privato, “alla cultura della personalità”, dove il valore delle buone maniere e della pacatezza viene messo da parte. In questo scenario, fatto di claim e idoli del cinema presi a modello per il loro carisma e magnetismo, il concetto di introversione è stato gradualmente stigmatizzato. E cosa accade oggi? Che tendiamo ad associare la parola introverso a un soggetto che definiremmo “asociale”, così, senza porci troppe domande.
L’introverso non è un eremita
Essere timidi significa temere l'umiliazione o il giudizio sociale tanto che si può aver paura anche solo di prendere la parola. L'introverso, invece, è colui che si sente bombardato da un eccesso di stimoli esterni, per cui ricerca ambienti che ne forniscano in quantità ridotta. Ed è proprio qui che sta la distinzione tra introversi ed estroversi. I primi - gli introversi - non rifiutano la socializzazione, ma ricaricano le loro batterie stando da soli; i secondi - gli estroversi - hanno bisogno di ricaricarsi se non socializzano abbastanza.
La forza del lavoro in solitudine
Dall’inizio degli anni ‘90 sono sempre di più le aziende che esaltano il lavoro di squadra tanto che, ad oggi, i lavoratori condividono “open space”, così come gli studenti si trovano spesso a dover lavorare in gruppo, forti del fatto che questa sia la strada per potenziare l’apprendimento. Un po’ come se efficienza e produttività fossero caratteristiche precluse ad ambienti che non sono improntati alla socialità."
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