Il linguaggio dei fulmini: come Romani ed Etruschi leggevano il cielo | Francesco Marcattili
Автор: Umbria Antica
Загружено: 2026-03-10
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Un fulmine colpisce un monumento a Roma. Oggi lo interpreteremmo come un fenomeno atmosferico. Nell’antichità, invece, un evento simile poteva essere percepito come un messaggio divino.
Questa lezione di Francesco Marcattili all'Umbria Antica Festival esplora una delle pratiche religiose più affascinanti dell’Italia antica: il rituale del fulgur conditum, la sepoltura del fulmine. Quando una folgore colpiva un edificio, un oggetto o persino una persona, il luogo veniva trasformato in uno spazio sacro. Tutto ciò che era stato toccato dal fulmine doveva essere raccolto e sepolto esattamente nel punto dell’impatto, accompagnato da rituali espiatori e sacrifici.
Attraverso fonti letterarie – da Livio a Seneca – e attraverso i dati dell’archeologia, la conferenza ricostruisce il modo in cui Etruschi e Romani interpretavano i segni del cielo. I fulmini non erano tutti uguali: esistevano classificazioni complesse, elaborate soprattutto nella tradizione etrusca, che attribuivano significati diversi a seconda dell’ora, del luogo e degli effetti della folgore.
Le testimonianze materiali sono altrettanto sorprendenti. In Italia sono stati individuati numerosi bidental, i luoghi in cui venivano sepolti i fulmini, riconoscibili grazie a iscrizioni e strutture rituali. Scoperte archeologiche come quella di Todi, con centinaia di frammenti di marmo deposti dopo la caduta di una folgore, mostrano come un evento naturale potesse trasformarsi in un gesto religioso complesso e codificato.
Un racconto che rivela come, nel mondo antico, il cielo non fosse soltanto osservato: veniva interpretato, temuto e ritualizzato.
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