A che serve soffrire? (il mio problema)
Автор: WesaChannel
Загружено: 2020-05-11
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Il mio problema è che ne soffro. Soffro nel vedere il dolore che potrebbe essere evitato, non riesco a fare pace con la tragedia là fuori. Non credo nella stupidità e a dire il vero neppure nella malvagità, credo nell’equivoco (e il malvagio sarà quindi al massimo il finto tonto). L’equivoco, in quanto tale, può sempre essere risolto, spiegato, rivelato. Se non altro discusso.
Sapete come fanno a vivere persone anche molto più sensibili e in gamba di me, persone che avrebbero gli strumenti per un dolore dieci volte il mio? Queste persone sono sinceramente certe della propria superiorità e guardano gli altri come si guarderebbero giocare dei bambini (è così che non ci si incazza, suppongo).
Anche lì, anche vedessi giocare dei bambini, a un certo punto dovrei distogliere lo sguardo. Vedrei il bambino che soffre inutilmente, quello che ignora qualcosa di decisivo, quello che prevarica perché depistato da un’educazione inconsapevole. Anche di quel gruppo mi sentirei di far parte.
Sono un imbucato, mi sento parte di tutti i gruppi (perché nessun gruppo è reale, sono storie prese sul serio).
La verità è che aprire gli occhi è già dovere intervenire.
Per questo, ciascuno di noi fa i conti con la decisione (cui solo di tanto in tanto possiamo derogare) di non intervenire. Quasi ogni volta, vivere è convivere con il lasciar perdere quando dovremmo fare qualcosa (e chiudere gli occhi è credere di chiuderli: la mente non ha palpebre).
Dobbiamo fare economia della penuria di risorse che siamo e trovare una leva sul mondo. Anch’essa, anche fossimo Elon Musk, che pare vana a fronte del dolore innanzi.
Sembra che diventare adulti consista nell’apprendere il mestiere di soprassedere. Si può farlo solo con una certezza che in fin dei conti corrisponde a sospendere l’incredulità su di sé: prendersi sul serio. Siamo sicuri di volerlo fare?
Sì, certo, siamo soggetti alla soggettiva, per carità, ma lo è anche la persona che abbiamo di fronte.
La soggettiva, il solo sguardo da cui vedremo il mondo, è una sfida. Possiamo farne un dogma, un assoluto per mancanza d’altro: gli altri, in fin dei conti, qui non esistono. Credere, quindi, di chiudere gli occhi, chiamarsi Dio senza apparenti meriti metafisici.
Oppure, tenere gli occhi aperti sull’altro, sul diverso, sul molteplice che, nonostante tutto, ci rimpicciolisce. Quell’assoluto apparente, la soggettiva, è un limite, una incompletezza, un bisogno di altri occhi sulla medesima realtà.
Fare finta di non soffrire o soffrire fino in fondo?
Facciamoci una grande domanda: a che cosa serve tutto questo dolore? A renderci passibili di provare piacere. Soffrire è la sola possibilità che abbiamo di essere felici perché l’unica gioia viene dagli altri, da quello che non potevamo prevedere perché non poteva già essere qui. Il mestiere di soprassedere consegna a una frigidità emotiva che preclude la possibilità della gioia. Se piango, rido e se rido, piango. Soffrire è sentire gli altri, ammettere che sono come noi proprio perché ciascuno è diverso e poterne ancora gioire (siamo accomunati dall’irriducibile parzialità, dall’irriducibile incompletezza, dal bisogno che abbiamo degli altri per dire e capire).
Il mondo urta lo sguardo, innesca un frustrato senso di giustizia, impietosisce e dispera. Ma è ancora il solo posto per la bellezza e per la bontà.
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