🔴 IL VIAGGIO DI ULISSE - Inferno - Canto XXVI - La Divina Commedia - DANTE ALIGHIERI
Автор: Lino Moretti
Загружено: 2021-04-26
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Inferno - Canto XXVI - La Divina Commedia - Dante Alighieri - IL VIAGGIO DI ULISSE
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Il "Canto XXVI" dell'Inferno, parte de "La Divina Commedia" di Dante Alighieri, è uno dei momenti più intensi ed evocativi dell'opera. In questo canto, Dante incontra Ulisse, l'eroe greco dell'Odissea, che racconta la sua avventura finale. Ulisse narra del suo desiderio di esplorare ulteriormente il mondo, oltre i confini conosciuti, sfidando il destino e la divinità. Questo canto riflette sul tema della conoscenza proibita e delle ambizioni umane, mettendo in guardia contro la presunzione e la sete di conoscenza a tutti i costi.
Il "Canto XXVI" è un episodio ricco di simbolismo e allegorie, che invita il lettore a riflettere sulla natura umana e i suoi limiti. Questo passo dell'opera di Dante è un'opportunità per esplorare temi profondi come l'ambizione, la curiosità, la presunzione e le conseguenze delle scelte umane. È un canto che offre una panoramica affascinante delle ricchezze letterarie e filosofiche presenti nell'intera "Divina Commedia".
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Descrizione:
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse:
«Quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,
acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
"O frati", dissi "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
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