SOMMERSI DAI DEBITI. Christoph Büchel in mostra alla Fondazione Prada a Venezia
Автор: On the Rocks! TV
Загружено: 2025-09-01
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SOMMERSI DAI DEBITI.
Christoph Büchel e il suo "Monte di Pietà" alla Fondazione Prada di Venezia
Testi: Paola Caramel. Anchor woman: Ilaria Marini. Riprese e regia: Graziano Filippini e Virgilio Patarini. Montaggio: Marco Morzenti.
Produzione Zamenhof Art
"Partendo dalle varie stratificazioni della storia del palazzo, che dagli anni Trenta dell’800 sino al 1969 fu sede del Monte di Pietà di Venezia, Büchel compone un mosaico surreale di oggetti, suoni, storie e considerazioni che per tutta la durata della visita ci separano violentemente dalla realtà dislocandoci nel mezzo di un tempo sospeso e tuttavia autentico, per nulla artefatto.
Entrando scopriamo che della Fondazione Prada non resta un accenno - scelta controcorrente in un periodo di autocelebrazione come il nostro - e che il compro oro pubblicizzato all’esterno è in realtà la biglietteria della mostra. Ma è addentrandosi nelle sale successive che si ha un effetto disorientante: agli occhi del visitatore, infatti, si manifesta la meticolosa ricostruzione di un mastodontico monte di pietà in disuso, un accumulo smisurato di ricordi e significati che non possono lasciare indifferenti e che, al tempo stesso, raccontano la potente abilità scenografica dell’artista.
Camminando tra oggetti di uso comune, arredamenti, carrozzine e protesi per disabili, libri, quadri, gioielli, statue sacre, bici e motociclette, schedari, giocattoli e persino armi e bombe, si ha l’impressione di spiare nelle vite altrui, di coloro a cui la vita non ha fatto sconti, interrogandosi, seppur involontariamente, sulla propria.
Sì, perché gli oggetti della “mostra” non sono oggetti ricostruiti, suggeriti dalla fantasia dell’artista per rappresentare qualcosa: si tratta di oggetti che rappresentano né più né meno loro stessi, oggetti appartenuti a qualcuno e poi lasciati, brandelli di storie vissute e rimaste aggrappate a ognuno di essi. “Monte di Pietà” è un pozzo senza fondo di concetti, sulla cui sommità si erge l’indagine sul significato di “debito”, veicolo di cui troppo spesso ci si è avvalsi - e ci si avvale tuttora - per il potere economico, politico, sociale.
In questa operazione l’artista compie lo sforzo di rappresentare il mondo come un unico ed enorme banco dei pegni, suggerendo che il cosiddetto “sistema creditizio” sia in realtà un sistema di debito, creato appositamente per sottomettere le società.
È impossibile attraversare l’enorme installazione senza constatare i continui riferimenti alle povertà, alle disuguaglianze, alle prevaricazioni, alle guerre... E non manca certo un sottile riferimento al mondo dell’arte, che premia l’inconsistenza e, tramite i suoi adepti, attribuisce all’effimero un valore squisitamente economico.
Tra il senso di claustrofobia e la percezione che le nostre vite siano intrise di materialismo, non si può fare a meno di provare una comunione-repulsione con gli oggetti accatastati, con l’odore e il disordine di esistenze drammaticamente soggiogate. I cumuli senza fine di oggetti/polvere/storie occupano la sontuosità delle sale del palazzo e contestualmente le nostre coscienze, si insinuano tra le nostre debolezze per riempire lo spazio fisico del nostro vissuto e quello metafisico delle nostre identità.
E mentre veniamo strattonati da un passato che predice il presente, sbattendoci in faccia che tutto è capitalizzabile, noi cerchiamo di difenderci spostando lo sguardo, stipando le nostre vite in armadi che non apriremo, in attesa che il mondo, fuori dalla porta, diventi via via più tollerabile".
Paola Caramel
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