PLASTICA RICICLATA E VINCOLI UE, COSÌ IL CONTO LO PAGANO I CITTADINI
Автор: VENEZIA MODERNA
Загружено: 2026-02-02
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C’è un momento in cui una buona intenzione smette di essere una buona politica. E quel momento arriva quando, nel nome della sostenibilità, si scaricano nuovi costi sulle famiglie senza produrre reali benefici ambientali.
È quello che rischia di accadere con le ultime ipotesi allo studio della Commissione europea sulla plastica riciclata e sulle bottiglie d’acqua. Un intervento che, dietro la bandiera del Green Deal, finisce per colpire un bene essenziale come l’acqua potabile, aumentando i costi di produzione e, inevitabilmente, i prezzi al consumo.
L’obiettivo dichiarato è nobile: incentivare l’uso della plastica riciclata. Ma il metodo scelto appare discutibile. Superare il criterio della “media Paese” e imporre un obbligo rigido del 25% di plastica riciclata per ogni singolo operatore, limitando al contempo l’importazione di materiale riciclato dall’estero, significa ignorare la realtà industriale e produttiva europea.
Il risultato? Un aumento dei costi per le imprese, una minore disponibilità di materia prima, una riduzione della libertà d’iniziativa economica. E, come sempre accade, il conto finale viene presentato ai cittadini.
Secondo le stime, l’impatto per una famiglia media potrebbe arrivare a circa 60 euro l’anno. Una cifra che, presa singolarmente, può sembrare contenuta, ma che si somma a un contesto già segnato da inflazione, caro-energia e aumento del costo della vita. Colpire l’acqua, bene primario e universale, significa colpire soprattutto le fasce più deboli.
C’è poi un paradosso che non può essere ignorato: il PET riciclato costa oggi molto più del PET vergine. Non per inefficienza delle imprese, ma per un mercato squilibrato e per vincoli normativi che riducono l’offerta. In questo scenario, l’Europa rischia di trasformare una politica ambientale in un esercizio di burocrazia punitiva.
La vera sostenibilità non è ideologia. È equilibrio. È gradualità. È capacità di tenere insieme tutela dell’ambiente, competitività delle imprese e giustizia sociale. Senza questi tre elementi, il Green Deal perde consenso e diventa un fattore di divisione anziché di progresso.
Servono politiche ambientali serie, basate su dati, filiere reali e accompagnamento industriale. Non scorciatoie normative che producono effetti regressivi e allontanano i cittadini dall’idea stessa di transizione ecologica.
Perché l’ambiente va difeso, sì. Ma non contro le famiglie. E non contro il buon senso.
Paolo Bonafé
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