Felicità, politica, sapere - Massimo Cacciari
Автор: Massimo Cacciari YouTube
Загружено: 2026-05-04
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Aula Santa Lucia dell'università di Bologna, 25 maggio 2017.
Il Centro Studi “La permanenza del Classico” dell’Alma Mater Studiorum, fondato e diretto dal prof. Ivano Dionigi, offre all'Università e alla città un ciclo di letture e lezioni classiche che interrogano il presente attraverso i grandi testi dell’antichità greca, romana ed ebraico-cristiana.
Il ciclo di quest’anno s’intitola "La felicità": “sul nome tutti concordano”, diceva Aristotele; sulla cosa, invece, l’umanità non ha mai smesso di interrogarsi e di dissentire, nel tentativo di rispondere alla domanda più antica e radicale: tìs àristos bìos, “qual è la vita migliore, ideale, più felice”?
Agostino ci riferisce (La città di Dio, 19, 1, 1) che nell'antichità ben 288 dottrine (ducentae octoginta et octo sectae) si sono cimentate sul quesito “che cosa rende l’uomo felice” (quid efficiat hominem beatum). Le più svariate le risposte: chi poneva la felicità nella carriera (philòtimos bìos), chi nella gloria (philòdoxos bìos), chi nel piacere (philèdonos bìos), chi nelle ricchezze (philochrèmatos bìos), chi nella politica (politikòs bìos), chi nella conoscenza (philòsophos bìos).
Felicità è parola assoluta che abbiamo pudore persino a pronunciare in riferimento alla nostra esistenza. Oscillanti le stesse parole per definirla: insufficiente il latino felix, detto di qualcuno o di qualcosa “che ha successo, prosperità”, e quindi anche “fecondo, fertile”; ambiguo fortunatus, voce neutra, “in preda alla fortuna favorevole o sfavorevole”, non corrispondente al greco eutychès, che ha significato solo positivo, “raggiunto da buona sorte”; improprio laetus, “lieto”, traslato dal significato originario di “grasso, fertilizzante”. Dobbiamo rassegnarci a beatus, che in verità rinvia – come nelle Beatitudini evangeliche – a una dimensione interiore, spirituale ed etica; e che sconta anche l’inadeguatezza dal calco italiano “beato”, parola che rinvia a un campo semantico ormai sequestrato dal linguaggio ecclesiastico che lo adotta nel processo di canonizzazione. L’equivalente greco di beatus, più che makàrios, propriamente detto degli dèi immortali, era eudàimon, a significare che felice è colui che è assistito da “un buon demone”. Potremmo dire che mentre la makariòtes è propria degli dèi, l’eudaimonìa è propria degli uomini.
La lingua stessa dunque sembra impari e incerta di fronte a questo concetto assoluto: quasi percepissimo la felicità più come una aspirazione che un possesso, più come un’assenza che una presenza, più come un’idea che una cosa. Che si debba convenire con Nietzsche il quale sentenziava: “la felicità non ha volto, ma spalle: per questo noi la vediamo quando se n’è andata”?
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